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Una Storia di Licantropia - Il Satyricon

 

 

Per la medicina la licantropia è una rara affezione di natura isterica; gli individui colpiti simulerebbero, di solito nei periodi di luna piena, il comportamento e l’ululato di un lupo. Questo riconoscimento da parte della scienza ufficiale dimostra soprattutto due cose: in primo luogo che, quale che sia la spiegazione che se ne voglia dare,  un fenomeno "licantropia" esiste; in secondo luogo che tale fenomeno deve essersi manifestato nella storia con una certa frequenza, se si è arrivati a contemplarlo nei manuali di medicina. Testi scritti e leggende tramandate oralmente facenti riferimento ai cosiddetti "lupi mannari" abbondano in tutti i periodi storici e in tutte le aree geografiche e non possiamo dimenticare che per valutare l’attendibilità di un mito non si può prescindere dalla sua diffusione in periodi e contesti diversi. Sostanziale concordia c’è anche sulla spiegazione del fenomeno: la licantropia è una sorta di possessione, operata da spiriti demoniaci che si diffondono da un corpo all’altro tramite una linea di sangue. Il demone si palesa soprattutto nelle notti di luna piena, ma risiede sempre nel corpo del posseduto, per cui non è corretto dire che nelle notti di luna piena egli diventa licantropo. In realtà una volta posseduto egli è sempre un uomo-lupo. Certo, vi sono periodi di quiescenza in cui il lato umano prevale, ma la bestia è sempre presente e può essere scatenata anche da fattori diversi dal ciclo lunare. Al riguardo, secondo l’interpretazione che ci pare più corretta, la notte di luna piena non è altro che il momento di massima forza del demone, in cui non solamente la mente ma anche il corpo passano sotto il suo totale controllo. L’unico rimedio ad oggi conosciuto consiste nell’uccisione del posseduto. In tal modo il demone non può trasferirsi tramite il sangue ad altra persona e, abbandonato il corpo dell’ospite, torna alla dimensione spirituale.

Fonte importantissima per chiarire molti aspetti di questo fenomeno sarebbe sicuramente il leggendario "Manoscritto di Assisi". Questo resta tuttora uno degli oggetti più emblematici e controversi della tradizione mistica mondiale, al punto da indurre gli stessi studiosi dell’occulto a dubitare della sua esistenza. Secondo la tradizione, S. Francesco di Assisi avrebbe lasciato, scritte di suo pugno, le proprie memorie. L’importanza di tale opera, se autentica, è quindi evidente, come è evidente l’interesse delle Chiesa a negarne l’esistenza, visto il carattere rivoluzionario ed eversivo del messaggio di Francesco. Secondo alcuni tale manoscritto sarebbe custodito e protetto da una setta segreta di frati Francescani, con lo scopo di divulgarne il contenuto solamente quando il mondo sarà pronto. Secondo altri, invece, a tenerlo nascosto, se non addirittura ad averlo distrutto, sarebbe proprio la Chiesa cattolica, che vedrebbe in esso e nel suo dissacrante contenuto una minaccia per la sua stessa sopravvivenza. Ad ogni modo proprio nel Manoscritto si avrebbe la più autorevole conferma dell’esistenza dell’uomo-lupo. Il famoso episodio di S. Francesco che ammansisce il lupo, trasmessoci dall’iconografia cattolica nei toni rassicuranti di una fiaba, altro non sarebbe stato in realtà se non un esorcismo operato dal Santo nei confronti di un posseduto da licantropia. Se confermato, questo sarebbe l’unico caso documentato di liberazione di un lupo mannaro senza la sua morte.

 
 Petronio, Satyricon 61-62

 

61 E dopo che tutti si sono scambiati l'augurio di stare bene nell'anima e nel corpo, Trimalcione si gira verso Nicerote e gli fa: «Certo che una volta tu a tavola eri ben più allegro: non capisco perché ora te ne stai lì zitto e non fiati. Ma ti prego, se vuoi farmi contento, raccontami l'avventura che ti è capitata». E Nicerote, compiaciuto per il cortese invito dell'amico, esclama: «Possa io non guadagnare più il becco di un quattrino, se già non faccio salti di gioia a vederti tanto in forma. Viva dunque l'allegria, anche se ho paura che questi letterati mi ridano dietro. Vedano un po' loro, io tanto la racconto lo stesso. E poi cosa vuoi che mi tolga chi ride? È meglio far ridere che essere derisi». Dopo aver detto così, incomincia il suo racconto: «Quando ero ancora schiavo, abitavamo in Vico Stretto, dove oggi c'è la casa di Gavilla. Lì, dài che ti dài, attacco a farmela con la moglie di Terenzio, l'oste. Magari l'avete anche conosciuta, Melissa, la Tarentina, quel gran pezzo di donna. Io però non ci avevo messo gli occhi sopra perché era una maggiorata o per sbattermela, ma piuttosto perché aveva un cuore grande così. Qualunque cosa le chiedevo, lei me lo dava: se racimolava un soldo, la metà finiva a me. Quanto al sottoscritto, quello che avevo lo passavo nelle sue tasche e non ci ho mai preso delle fregature. Un giorno, mentre se ne stava in campagna, il suo ganzo tira le cuoia. Allora io, facendo il boia e l'impiccato, cerco con ogni mezzo di raggiungerla, perché - così si dice - gli amici li si vede nel bisogno.

62 Il caso volle che il mio padrone se ne fosse andato a Capua a vendere il fior fiore del suo ciarpame. E così, cogliendo la palla al balzo, convinco un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Mica per altro: era un soldato e per giunta forte come un demonio. Alziamo le chiappe al primo canto del gallo e con una luna così chiara che sembrava di essere di giorno. Finimmo dentro un cimitero: il mio socio si avvicina a una lapide e si mette a pisciare, mentre io attacco a contare le lapidi fischiettando. A un certo punto, mi giro verso il tipo e vedo che si sta togliendo i vestiti di dosso e butta la sua roba sul ciglio della strada. A me mi va il cuore in gola e resto lì a fissarlo che per poco ci resto stecchito. Ed ecco che quello si mette a pisciare tutto intorno ai vestiti e di colpo si trasforma in lupo. Non pensate che stia scherzando: non mentirei nemmeno per tutto l'oro del mondo. Ma, come stavo dicendo, appena trasformato in lupo, attacca a ululare e poi si va a imboscare nella macchia. Sulle prime io non sapevo più nemmeno dov'ero: poi mi avvicino ai suoi vestiti per raccoglierli, ma quelli erano diventati di pietra. Chi più di me avrebbe dovuto morire dalla paura? Ciò nonostante sguaino la spada e, menando colpi alle ombre, tra uno scongiuro e l'altro, arrivo fino alla casa della mia amica. Entro che sembro un cadavere, senza più fiato, con il sudore che mi scorre tra le gambe e gli occhi spenti. Tanto che per riprendermi ci metto un bel po'. La mia Melissa, stupita di vedermi in giro a quell'ora della notte, mi fa: "Se solo fossi arrivato un po' prima, almeno ci avresti dato una mano: un lupo è entrato nel recinto e ci ha massacrato tutte le pecore come un macellaio. Comunque, anche se è riuscito a scappare, non ha da stare allegro, perché un nostro servo gli ha trapassato il collo con la lancia". Dopo aver sentito questa storia, non riesco a chiudere occhio per tutta la notte, ma alle prime luci dell'alba me la filo a casa del nostro Gaio, nemmeno fossi un oste appena ripulito. E quando passo davanti al punto in cui i vestiti del mio compare erano diventati di pietra, ci trovo soltanto una pozza di sangue. Quando arrivo a casa, il soldato è lì sbracato sul letto come un bue, con al capezzale un medico impegnato a curargli il collo. Allora mi rendo conto che è un lupo mannaro e da quel giorno non ho più mangiato con lui manco un tozzo di pane, nemmeno a costo della vita. Liberi voi di pensare quello che volete, ma se vi racconto una frottola, mi stramaledicano i vostri numi tutelari».

 

- Ipotesi per cui l'opera appartenesse a un periodo posteriore all'età neroniana

- Ipotesi dell'appartenzenza all'età neroniana

- Storia dell'opera

- Fabula, Intreccio e Tipologia Del Satyticon

- Il "Satyricon": Romanzo dell'età Neroniana

- Il "Saturicon come Romanzo Parodico

- La "Cena Trimalchionis"

- Il Significato Del "Satyricon"

 

Alcuni codici ci hanno tramandato parti di un opera intitolata Satyricon e attribuita a un autore di nome Petronius Arbiter di cui Tacito ha tracciato un quadro completo. Quasi tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che sia costui l’autore di quest’opera. Dalla restante parte è stato anche ipotizzato che l’opera potesse appartenere ad un periodo molto più tardo, e cioè al II o al III secolo. Tra le argomentazioni a suffragio di questa ipotesi ricordiamo:

  1. i problemi di carattere linguistico, poiché stilemi sintattici e lessicali, in particolar modo volgarismi non sono attestati in altre opere dell’età neroniana, ma soltanto in opere composte tra il II e il III secolo. Ma queste espressioni possono benissimo appartenere al sermo vulgaris del I secolo
  2. la questione di Petronio poeta novellus  definito così da Terenziano Mauro : ciò dimostrerebbe che l’autore del Satyricon sarebbe appartenuto a quel gruppo di poeti, poi chiamati novelli, del II secolo d.C. Ma non si è sicuri del significa che la parola novellus ha in Terenziano
  3. il silenzio degli scrittori del I-II secolo che ha circondato il Satyricon probabilmente per il fatto che era un opera così nuova ed originale che non poteva essere accolta facilmente
  4. i riferimenti interni all’opera tra cui quello a una crisi dell’agricoltura italica che sembra rinviare ad un quadro sociale rinvenibile per lo più nel II che nel I secolo d.C. Ma i riferimenti petroniani non sembrano così risolutivi da far accettare la tesi dell’assegnazione ad un età post-neroniana
  5. Il dubbio che un opera così ricca di situazioni e parole oscene e triviali possa essere stata composta da un uomo definito elegantiae arbiter: ma l’intento di Petronio era quello di raffigurare un mondo che era l’antitesi del suo mondo ideale

Però il Petronio descritto da Tacito sembra veramente rispecchiare il carattere, la personalità e il temperamento dell’autore del Satyricon, e anche la stessa età neroniana. Questa sembra la prova migliore a sostegno della tesi dell’identificazione. A suffragarla abbiamo dati interni all’opera tra cui :

  1. La citazione di personaggi famosi appartenenti ai tempi di Nerone
  2. Il capitolo 89 contiene 65 versi senari giambici sulla guerra di troia, Troiae Halosis, che rappresenta il controcanto di un poema che sarebbe stato composto da Nerone stesso
  3. I capitoli 119-124 contengono 295 esametri sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo, introdotti da Eumulpo con alcune considerazioni critiche sul Bellum civile di Lucano
  4. Molte le analogie con L’Apokolokyntosis

Quest’opera è un insieme di parti che sono giunte a noi attraverso avventure diverse. La prima edizione di stampa comprendente sostanzialmente la Cena Trimalchionis vide la luce a Padova nel 1664. Hanno ipotizzato che fosse costituita da 16 o 17 libri, mentre altri, basandosi sul fatto che gli ultimi capitoli pervenutici non sembrano preludere ad una ravvicinata conclusione hanno ipotizzato che l’opera fosse costituita da 20-24 libri.

E’ costituito da una fabula molto particolare, fatta di accelerazioni e di pause, di momenti connotati da rapidità descrittiva e di più o meno lunghe digressioni. Il Satyricon  è il resoconto di un viaggio avventuroso che, iniziato probabilmente a Marsiglia in Francia si snoda, attraverso una serie di episodi, fino a Crotone città dell’Italia meridionale. Tale viaggio è giustificato dal fatto che Encolpio è perseguitato dal dio Priapo per un’offesa arrecatagli che non viene spiegata, per cui il protagonista è sottoposto a una serie di prove più o meno espiatorie. L’intreccio è costituito da un serie di soste narrative che ruotano su diversi temi: la decadenza dell’eloquenza,la Cena Trimalchionis, la Troiae halosis, la polemica sull’arte, la guerra civile.

La Caratteristica di tale genere letterario è quello di essere una << creazione dalla forma aperta>> e quindi di offrire asilo a tutti gli stili e a tutte le forme del linguaggio.

Il Satyricon è un <<romanzo>>. Ma questo termine era sconosciuto agli antichi Greci che si servivano di parole come historìa (la storia) mythos ( mito,favola) e drama (racconto drammatico). Petronio comunque si rifece a due generi letterari molto affini, e cioè il poema epico tradizionale, specificamente l’Odissea, e il romanzo greco d’amore. Con intento chiaramente parodico venne utilizzato il poeta omerico: notiamo che entrambi sono strutturati intorno al nucleo tematico del viaggio, Encolpio è l’<<eroe>> ulissico, l’ira di Poseidone è sostituita con quella del dio Priapo, la nave di Lica sembra essere la ripresa dell’antro del ciclope. Quanto al romanzo greco d’amore, Petronio ne ricalca lo schema-base: una storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza caratterizzata da divieti contrasti e soluzione positiva finale, viene ripresa e trasformata in una storia d’amore di tipo omosessuale. Si è sempre pensato che la ripresa del romanzo greco d’amore fosse stata attuata da Petronio con fini parodistici, ma la scoperta di alcuni papiri ci ha fatto conoscere romanzi greci impostati già su storie d’amore omosessuale. Il Satyricon  riflette anche la strutturazione della satira menippea: sembra che questa abbia offerto a Petronio uno schema di genere letterario intornato per tanti aspetti alla <<forma aperta>>. Le analogie sono anche specifiche: la mescolanza di parti in prosa e parti in versi, la tendenza alla parodia, la molteplicità di stili e linguaggi. Si riscontrano anche analogie con la satira oraziana laddove si pensi che la Cena Trimalchionis  ha un suo precursore nella <<cena>> di Nasidieno raccontata da Orazio. Sono evidenti i collegamenti con il mimo e la fabula Milesia utilizzata per il racconto delle cinque novelle interne all’opera di cui tre raccontate dai commensali della Cena Trimalchionis e le altre due di genere erotico raccontate da Eumolpo.

Il pubblico di Petronio era costituito senz’altro da aristocratici di Roma, dai cortigiani e dallo stesso Nerone.

Petronio ci offre una descrizione efficacissima del clima morale culturale e civile che regnava nell’età di Nerone. Egli descrive il tramonto di un ceto sociale, cioè l’aristocrazia, e la posizione assunta dai nuovi ceti emergenti che con termine moderno vengono solitamente indicati come borghesi: i ceti sociali degli ex schiavi, dei liberti arricchiti, dei parvenu. Egli li osserva e più che rammaricarsi nel vedere tanta ricchezza nelle mani di persone o disoneste o sfrontate, ne critica la volgarità. Petronio ha un atteggiamento polemico nei confronti della cultura dell’età neroniana e in particolar modo contro la retorica e l’arte di quel tempo: polemizza con i declamatori e le sale di recitazione perché in esse i ragazzi s i<<rincitrulliscono>> in quanto affrontano tematiche astratte e irreali perdendo il contatto con la realtà. La polemica investe anche i poeti <<facili>> i quali ignorano che per fare poesia è indispensabile un lungo e faticoso lavoro culturale e tramite Eumolpo, riferendosi a Lucano, afferma che se un poeta vuole affrontare un argomento importante quale il bellum civile e non è in possesso di una solida base culturale e letteraria, resterò schiacciato sotto la grande mole di una fatica immane. Presente nell’opera è anche la tematica della morte che secondo l’autore era come un vizio dell’animo, tipico dell’età neroniana, quando tutti potevano constatare che davvero la vita di un uomo era appesa ad un filo sottilissimo, il che dovette ingenerare nell’animo dell’intellettuale un sentimento come di paurosa attesa dell’evento. Cosi anche per il tema della ricchezza e del sesso. Una sorta di pessimistica visione della vita e della realtà sembra sottesa alla trama narrativa del romanzo che può essere considerato realistico.

Il Satyricon è però anche un romanzo Parodico. Infatti tutte le tematiche vengono passate attraverso il filtro della parodia. E’ anche un romanzo <<comico>> ma di una comicità corrosiva che si esplica e si realizza per mezzo del gusto del paradosso e del grottesco. La parodia è un arma che serve a creare tra autore e realtà rappresentata quella distanza necessaria che può consentire di tirarsi fuori, di osservare con distacco e descrivere con il sorriso sulle labbra. Petronio muove i suoi personaggi dall’alto osservandoli e rappresentandoli con quel distacco ironico che consente di cogliere una realtà varia e molteplice e sembra divertirsi degli atteggiamenti di quegli uomini che non conoscono il senso della misura,e che soprattutto non conoscono il senso etico. E’ un mondo senza rimorso e senza divinità e l’unica che vi compare è Priapo, il dio della sessualità, simbolo lui stesso di erotismo smisurato e grottesco. Accanto a questa divinità ve n’è un'altra che presiede alle azioni degli uomini, il <<caso>> capriccioso, che è un importantissima categoria del fare poetico di Petronio. La <<fortuna>> è uno strumento dell’immaginazione. Tutto ciò produce nel romanzo una grande varietà di situazioni. L’autore vi aggiunge quel suo distacco signorile che risulta, però, deformante e corrosivo di quella realtà che egli non può accettare (<<realismo del distacco>>)

La Cena Trimalchionis  è l’episodio fondamentale del Satyricon che occupa ben 53 capitoli su 118. Non è chiaro se con il termine cena si alluda alla nostra <<cena>> oppure ad  un pranzo offerto dal padrone della domus, a cui avevano libero accesso tutti quelli che fossero presentati, oppure ad un <<pranzo>> normale. Il nome del padrone della domus, Trimalcione, soprannominato Maecenatianus, sembra pur esso parodicamente coniato in quanto sarebbe costituito da due elementi, tri-  con valore accrescitivo e –malchio  che deriverebbe dal semitico malch che significa <<signore>>. Si Tratta quindi di un appellativo fittizio finalizzato ad indicare l’importanza e la ricchezza del personaggio attraverso una insistente amplificatio. La Cena è il luogo del cattivo gusto e della volgarità di Trimalcione e dei suoi amici. Le caratteristiche fondamentali di questa sono le stravaganze culinarie e il linguaggio da taverna. Notiamo l’uso di un linguaggio realistico, tipico del sermo cotidianus e vulgaris. Petronio delega ad Encolpio il compito di narrare in quanto essendo uno squattrinato può benissimo ritrovarsi in tutti gli ambienti degradati e volgari ed essendo un giovane intellettuale, ha la cultura necessaria per raccontare ma anche per guardare con distacco. Ciò permette a Petronio di innescare il meccanismo di deformazione parodica. Petronio delega anche ad altri il compito di raccontare sia per creare una molteplicità di eventi, stili e linguaggi sia per mettere in campo una sorta di curiosa parodia dall’interno (esempio: Agamennone, un retore, parla della crisi dell’eloquenza o Eumolpo, un poeta fallito, fa la critica alla poesia lirica).

Qual è il vero significato dell’opera? Qual è la sostanza vera del Satyricon? Fedeli afferma che tutta la cena va interpretata sub specie labyrinthi. Il labirinto viene colto dallo studioso nella casa di Timalcione, nel lupanare in sui Encolpio entra senza accorgersene, nella nave-caverna. Il labirinto ha sempre avuto <<il valore di modello iniziatico: legato all’idea della morte e, soprattutto, del passaggio a una nuova vita,esso rappresenta sempre i motivi della prova e dell’iniziazione>>. Anche la porta è strettamente affine al labirinto per quanto riguarda la serie INGRESSO-PROVA-USCITA: la porta è il momento della prova. Il labirinto è una metafora che sta ad indicare il motivo della purificazione e dell’iniziazione dell’eroe attraverso la prova : il continuo vagare di Encolpio in luoghi labirintici rappresenta la condizione necessaria perché, superata la serie di prove, egli sia mondato dalle sue colpe e pachi l’ira divina. Vogliamo aggiungere, però, che <<il senso profondamente amaro del romanzo>>, che scaturisce dal fatto che i protagonisti non trovano mai una via d’uscita, è anche probabile spia di una posizione politica di Petronio. Potrebbe sembrare una denuncia politica della società nella quale l’uomo si sente chiuso, costretto in un labirinto in cui ogni evasione è impedita.

 

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